Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  Giovanni Carboni il Mer 23 Giu 2010, 19:07

E' una cosa che mi piacerebbe tanto fare, ma ahimè non ho tempo per la gran parte dell'anno a causa dell'università. Tu comunque se ti serve qualcosa di specifico domanda sempre, se lo sappiamo te lo diciamo di certo.
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Giovanni Carboni

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  Massimo Conti il Mer 23 Giu 2010, 07:15

Grazie Giovanni. Se c'è qualcuno poi che vuole dare una mano per progettare la ricerca, la raccolta e l'archiviazione di immagini e filmati sulla Metaurense si faccia vivo.

Grazie a tutti,

Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  Giovanni Carboni il Mar 22 Giu 2010, 18:20

Bravissimo!!! foto belle e, per quanto mi riguarda, mai viste prima. Ottimo lavoro!
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Giovanni Carboni

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Immagini della Metaurense d'inizio secolo: 1915 inaugurazione della stazione di Saltara-Calcinelli

Messaggio  Massimo Conti il Mar 22 Giu 2010, 07:39

Grazie alla gentilezza e alla disponibilità di Foto&Video Gionata di Calcinelli ho recuperato queste due immagini della stazione di Saltara-Calcinelli risalenti ai primi decenni del'900:

http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4723630494/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4723628934/in/photostream/.

Sono sulle tracce di altre. Un giornalista sportivo di Fossombrone possiede delle fotografie originali,( io ho potuto vedere la loro riproduzione su di una pubblicazione commemorativa dei 50 anni del Calcinelli Calcio) degli anni '60 di una Littorina che transita alle spalle del campo sportivo di Calcinelli che un tempo si trovava a ridosso della ferrovia. E' chiaro a questo punto che sarebbe opportuno progettare e organizzare una raccolta sistematica delle fotografie sulla Metaurense setacciando archivi pubblici e foto di famiglia. Sono certo che salterebbero fuori un sacco di immagini e forse perfino film in Super-8.

A presto,
Massimo

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Galleria di Godellino

Messaggio  Massimo Conti il Ven 11 Giu 2010, 08:27

Il secondo sopralluogo, questa volta con adeguate attrezzature, alla galleria di Tavernelle/Godellino ha prodotto dei risultati. Dopo 20 minuti di disboscamento sono riuscito ad entrare. Potete veder le foto su flickr:

http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4690248348/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4689613989/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4689613937/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4690248182/


Per cui la via è aperta a chi volesse visitarla. Il sentiero inizia all'altezza dell'autolavaggio che si trova sulla destra della via Flaminia, accanto alla ferrovia, poco dopo il cartello stradale di Tavernelle, provenendo da Fano. Si percorre per 150 mt una strada bianca che costeggia l'autolavaggio con a sinistra un campo e un boschetto. Si passa accanto ad una sbarra messa di traverso alla Metaurense: poco prima di un cartello di "divieto d'accesso-proprietà privata". bisogna inoltrarsi nel sottobosco seguendo la ferrovia verso sinistra. Non si tarderà a trovare un sentiero libero da rovi: dopo 30 metri l'entrata della galleria.

Buona escursione,

Massimo

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foto esplorazione della galleria di Tavernelle

Messaggio  Massimo Conti il Ven 04 Giu 2010, 16:29

Qualche giorno fa, per raccogliere delle informazioni sulle gallerie della Metaurense da inserire nel mio libro, ho fotografato gli interni della galleria di Tavernelle lunga 357 metri e in curva. Le foto sono visibili nel mio album su www.flickr.com.

http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4666137879/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4666760340/
http://www.flickr.com/photos/50403393@N04/4666137663/

Nei prossimi giorni, munito di affilato machete proverò ad introdurmi nell'altra galleria, più piccola, sempre nei pressi di Tavernelle. Ho già fatto ieri un primo tentativo, ma mi hanno fermato i rovi alti fino a 3 metri!! Ficcanasando poi sulla linea nei pressi di Calcinelli sono venuto a sapere dell'esistenza di alcune foto d'epoca. Ho scovato così presso un fotografo la foto dell'inaugurazione della stazione di Calcinelli, con tanto di didascalia, del I° maggio 1915 e un vista del viale della stazione nei primi del secolo. Mi riservo, grazie alla disponibilità dello studio fotografico, di pubblicarle nel sito la settimana prossima.

Buon fine settimana a tutti
Massimo

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grazie

Messaggio  Massimo Conti il Mar 25 Mag 2010, 08:24

Grazie comunque.

Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  marcops il Lun 24 Mag 2010, 22:40

di storico, come progetti e altro materiale cartaceo non abbiamo nulla.
Sono a conoscenza di un vecchio orario e un biglietto che abbiamo messo sul sito.
Di foto ne ho a centinaia...
Personalmente non ho altro, magari qualche altro socio ti può aiutare
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richiesta informazioni dettagliate sulle infrastrutture della Metaurense

Messaggio  Massimo Conti il Lun 24 Mag 2010, 09:46

Cari amici del forum,

per completare il mio libro di viaggio sulla Metaurense sono alla disperata ricerca di informazioni più dettagliate sulla linea, per esempio una carta in sezione del percorso come quella pubblicata su di un volume dedicato alla Pergola-Fermignano. Qualcuno mi può aiutare?

Grazie,
Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  marcops il Mer 12 Mag 2010, 19:11

mah, non credo che questo tipo di forum dia statistiche di questo tipo. Ti posso dire che ci sono 23 utenti registrati e solo pochi mandano messaggi. Gli altri stanno a guardare Rolling Eyes
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richiesta chiarimenti agli amministratori del sito

Messaggio  Massimo Conti il Mer 12 Mag 2010, 18:24

Una domanda, forse ingenua. Ho notato che c'è un grande squilibrio tra il numero dei visitatori (199 contatti) della mia pagina (ma anche di altre) e le risposte o i commenti a quello che c'è scritto (4). Vorrei quindi sapere se è possibile conoscere il tempo di permanenza medio degli utenti che visitano la pagina che io curo. Ed eventualmente altri dati disponibili e divulgabili.

Grazie,

buon lavoro a tutti
Massimo

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Come poeti e gli scrittori hanno raccontato la ferrovia

Messaggio  Massimo Conti il Ven 23 Apr 2010, 16:32

Tra le citazioni che compairiranno nel libro ne ho selezionate alcune tra le più belle che vi propongo in anteprima. Colgo l'occasione per salutare e ringraziare Lorenzo, uno degli ultimi macchinisti della Meataurense. I suoi ricordi e la sua testimonianza saranno parte integrante del mia narrazione ferroviaria.

A UN MACCHINISTA

Qua la mano, o compagno! Che importa se
la tua palma è nera di carbone e unta d’olio lubrificante?

L’acqua fresca monderà presto le nostre
Mani (ma altre mani non monderà, le
Quali altri stringe malcauto)

E tu puoi stringere queste mie, se la fatica libera vi ha impresso non pochi calli, il mio sistema di nobiltà.

Adolfo De Bosis


La stazione ricordi, a notte, piena
di ultimi addii di mal frenanti pianti
che la tradotta in partenza affollava?
Una trombetta giù in fondo suonava
l’avanti;
ed il tuo cuore, il tuo cuore agghiacciava.
Umberto Saba

“«lo spirito del treno», quel sentirsi parte di un microcosmo longitudinale che si forma e si scioglie in ogni stazione, nel salire e scendere di tutta la gente che ti accompagna. Ma alla quale nulla ti unisce. E nonostante ciò si aprono, come piccoli ventagli avventure e vite che per un attimo ti sfiorano con intensità, vicinanze i cui occhi continui a ricordare quando il treno rimpicciolisce in lontananza”
Maria Torres

"non è semplice enunciare le ragioni per cui i passaggi a livello mettano tanta tristezza.La prima cosa da capire, riguarda l’angolatura sotto la quale intendiamo parlarne. Altrimenti detto: mettono tristezza se visti dal treno in corsa, oppure se contemplati dal basso, vuoi da una macchina immobile, vuoi dalla prospettiva del semplice pedone che aspetta di attraversare? Il quesito è interessante, ma la risposta non cambia: mettono sempre e comunque tristezza, sia se guardati per una frazione di secondo, a volo di uccello e in dissolvenza rapida, sia se ammirati con calma, delibandoli con tutto l’agio di chi si ritrova bloccato." (La vicevita. Treni e viaggi in treno)

Il viaggiatore insonne
Se il treno si è fermato
un attimo in attesa
di riprendere il fiato
ha sentito il sospiro
di quel buoi paese
in un accordo breve…
Sandro Penna

Massimo Conti

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commento alla foto

Messaggio  Massimo Conti il Dom 11 Apr 2010, 09:56

Grazie Tenius per aver voluto commentare e documentare con questa bella foto d'epoca i ricordi del capostazione.

A presto,
Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  tenius il Sab 10 Apr 2010, 21:56

Massimo Conti ha scritto: ....Dove siamo adesso noi non esisteva l’ufficio: qui praticamente c’era un’apertura. E non esisteva nemmeno l’altro ufficio. E sopra c’era l’abitazione giù in fondo e il dormitorio. Qua sopra c’era tutto il cielo vuoto. La stazione di Fermignano l’hanno rifatta nel ’77.....

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ricordi di un capostazione

Messaggio  Massimo Conti il Sab 10 Apr 2010, 09:47

Le parole che seguono sono la mia rielaborazione formale dei contenuti di un'intervista concessami da un capostazione della Metaurense che mi ha pregato di non svelare il suo nome. Questo commosso racconto di vita vissuta fa parte di uno dei capitoli del libro.


Il prossimo anno compirò 80 anni. Sono di Cerreto d’Ese. I miei genitori erano guardiani di passaggio a livello, assieme ad un’altra famiglia, del km 81sulla Civitanova-Fabriano: assuntrice mia madre, assuntore e cantoniere mio padre . Anche mio nonno materno abitava in un casello. Si può dire che sono cresciuto in mezzo alle rotaie. Mio padre, durante le vacanze di scuola, mi mandava, d’accordo con il capostazione, a fare apprendistato alla stazione di Matelica. Un’esperienza che mi ha fatto innamorare ancora di più della ferrovia Quando ero piccolo, avrò avuto dodici o tredici anni, non esistendo la televisione come passatempo ascoltavo, di sera verso le nove, le informazioni che si scambiavano reciprocamente i capistazione della linee attraverso il telefono selettivo che consentiva loro di comunicare. E io sentivo quelle voci che impartivano ordini provenire da Civitanova, da Fabriano o da Urbino. Ero il bambino più felice del mondo. (...) Dopo qualche tempo mi trasferii a Fermignano da Merano Marischio, con mia moglie mia figlia di sei anni, con la qualifica di assuntore di ruolo: avevo finalmente un posto fisso. Abitavamo qua sopra. E da allora, io e mia moglie non ci siamo più mossi.”
Giovanni apre un cassetto della sua bella scrivania di legno massiccio per mostrarmi delle vecchie fotografie e prosegue. “A Fermignano eravamo in quattro, ad occuparci della stazione: io, un assuntore titolare, un aiutante assuntore e un manovale. Naturalmente c’era poi il servizio lavori che si occupava della manutenzione della linea ma che non dipendeva da me ma dal sorvegliate di linea di Fano. Noi come capistazione rispondevamo al dirigente unico di Fano e quindi non era di mia competenza la circolazione dei treni sulla linea: eravamo ordinati, come gli altri, da Fano: per esempio manovrare gli scambi qui di Fermignano e predisporli per l’arrivo e la partenza di uno o più convogli. Altrettanto faceva, poniamo, il capostazione di Fossombrone. Funzionava così: sul telefono di linea giungeva la disposizione dal dirigente unico di Fano «per incrocio treni disponete scambi per ingresso treno in primo binario» Io allora davo le chiavi al manovale che a piedi o in bicicletta partiva lungo i binari della stazione e predisponeva lo spillo dello scambio. Fatto ciò tornava e mi riconsegnava una delle due coppie delle chiavi di manovra. In tal modo ero sicuro che lo scambio era posizionato in maniera corretta. A questo punto davo la conferma a Fano: «disposti scambi per ingresso treno». Ripetevo la formula e dal momento dell’ingresso del treno a Fermignano era il capotreno ad assumere il ruolo di comandante della stazione. (...) La stazione era aperta fino alle 23.30. Tutti i treni che arrivavano su in Urbino ritornavano giù qui perché qui era il deposito delle automotrici. Cioè l’ultimo treno, l’ultima Littorina, era una sola, andava su poi ritornava indietro stava qui e la mattina successiva la rimandavamo su. Qui a Fermignano aggiungevamo le altre vetture perché a Urbino non c’era il dormitorio per il personale viaggiante : la stazione era stata rasa al suolo dai bombardamenti ed è stata rifatta negli anni ’70. Dove siamo adesso noi non esisteva l’ufficio: qui praticamente c’era un’apertura. E non esisteva nemmeno l’altro ufficio. E sopra c’era l’abitazione giù in fondo e il dormitorio. Qua sopra c’era tutto il cielo vuoto. La stazione di Fermignano l’hanno rifatta nel ’77. (...)-Ma Lei aveva competenze anche per quanto riguarda la biglietteria?,
-Io facevo 24 ore su 24: la passione, la passione.
-Ma lei non stava alla cassa
-Come no? Facevamo tutto dalla A alla Z. Dal manovale a…..il manovale faceva anche le pulizie.
-Ma se doveva partire un treno Lei doveva chiudere la biglietteria far partire il treno.
-No, no. C’era appunto il capotreno che comandava che faceva il movimento in questo caso. Non eravamo mai considerati ma in quel momento lì il capotreno era il padrone della stazione per quel che riguardava il movimento del treno. La partenza del treno la dava il capotreno mica la davo io o chi per me.
-Per cui Lei doveva rendicontare anche tutto il movimento del denaro: biglietti, abbonamenti, riduzioni.
-Sì, sì dovevo fare i versamenti in banca e tutte quelle cose li.
-Si occupava anche della gestione del dormitorio?
-No se ne occupava direttamente il compartimento di Ancona pagando l’addetta alle pulizie.
Cerca di ripescare i ricordi di una vita nella sua memoria come si sta affannando a cercare, sin dal momento in cui ci siamo seduti, aprendo e chiudendo i cassetti, delle fotografie che non si fanno trovare.
Come linea la Fano-Urbino era affidabile: il tratto tra Fermignano e Urbino fu rifatto nel ’85, cambiarono traversine e rotaie. Ultimamente viaggiavano solo treni merci e Fermignano era l’unica stazione abilitata al trasporto carro. (...)Fare il ferroviere allora era considerata una degnissima professione, eravamo trattati abbastanza bene.
Ultimamente i viaggiatori su questa linea erano diminuiti con la crescita delle macchine poi c’era il fatto che la concorrenza dei trasporti degli autobus è stata spietata.

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ringraziamneti a Marcops

Messaggio  Massimo Conti il Mer 17 Mar 2010, 17:59

Grazie anche a te Marcops per le belle parole a commento del mio diario di viaggio. Quando il libro sarà ultimato e, spero, stampato sarà mia premura inviarvene una copia.

A risentirci,

Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  marcops il Mer 17 Mar 2010, 12:12

Più che bellissimo direi stupendo, mi sembrava di essere lì con te a passeggiare lungo la linea Sad Sad Sad
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ringraziamenti a Tenius

Messaggio  Massimo Conti il Lun 15 Mar 2010, 16:15

Grazie Tenius: ho gradito molto il tuo commento che ha saputo cogliere in pieno uno degli aspetti, la commozione, del viaggio che volevo comunicare ai lettori; soprattutto in un'epoca nella quale commuoversi sembra essere diventato un sentimento di cui vergognarsi.

A risentirci,

Massimo

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  tenius il Gio 11 Mar 2010, 20:47

Bellissimo report, commovente! Sad
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Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

Messaggio  Massimo Conti il Gio 11 Mar 2010, 18:42

Ecco alcuni stralci del racconto in attesa di pubblicazione sul mio viaggio a piedi lungo la Metaurense: 19, 20 aprile 2008

"“Sono le 7.30 del mattino. Parcheggio la bicicletta alla stazione di Fano: il punto di partenza del mio viaggio lungo la strada ferrata nel microcosmo della vallata del Metauro. La lego saldamente ad un palo con una catena. L’unico modo per sperare, ma spesso non è una garanzia sufficiente, di ritrovarla lì dove l’ho lasciata. Quantomeno parzialmente intera. Il piazzale infatti è ingombro di biciclette cannibalizzate, alcune delle quali ridotte a monconi arrugginiti, altre, seminuove, saccheggiate dei sellini. L’edificio ha una facciata austera, dai muri solidi, di altri tempi, quando le Ferrovie dello Stato erano un’istituzione degna di rispetto e della quale, tutto sommato ci si poteva fidare. Mi affaccio sulla porta d’entrate e mi dico che quello e il passo numero uno, il primo delle migliaio che dovrò compiere per raggiungere Urbino. Sono un viaggiatore, non un passeggero eppure transito nell’atrio della stazione con la ferma convinzione di star per prendere un treno. Un treno della memoria per cercare lungo la strada che mi appresto a percorrere le tracce perdute di quei convogli, dei paesaggi attraversati dal lungo serpente di ferro che tra pochi anni compirà un secolo. Sì perché la Metaurense nonostante tutto, pur moribonda, non è morta.” (...)

"“Un segnale verticale bianco e blu indica la distanza ferroviaria che ci separa da Bologna; s’innalza, a ridosso del binario, nei pressi di un vecchio magazzino in mattoni rossi, ancora in perfetto stato di conservazione. Vigila su di un piazzale di carico e scarico al limite del quale un cartello avverte: E’ SEVERAMENTE PROIBITO OLTREPASSARE IL TERMINE DEL MARCIAPIEDE. Faccio un altro metro ancora e sono nell’illegalità. Clandestino entro confini che mi sono preclusi procedo passando accanto ad una garitta di cemento. La pettorina giallo fosforescente di cui mi sono prudentemente dotato dovrebbe farmi assomigliare ad un operaio nel tentativo di sviare le attenzioni di chi mi dovesse scorgere camminare in un’area nella quale non è consentito transitare. Un vecchio scambio manuale con il grosso contrappeso, ancora funzionante, governa i tre o quattro binari che terminano la loro corsa ai limiti del piazzale di carico antistante il magazzino. Su uno di questi intravedo ferma e composta la sagoma tozza verde e gialla di una 214/4276. E’ l’ultima versione, la 4000, di un glorioso locomotore diesel in produzione fino al 1986 e costruita in più di 300 esemplari. Presenza costante in moltissime stazioni e scali merci, grandi e piccoli, con compiti di traino leggero. Il VM 1308 V ad 8 cilindri a V, alloggiato nel lungo muso, riesce a spostare le 22 tonnellate di questo mulo meccanico fino a farle raggiungere la velocità di 35 km all’ora. Dopo aver dato un’ occhiata al locomotore riprendo il cammino scavalcando i binari secondari che danno accesso a quello principale. Alzo lo sguardo e vedo l’imponente mole del Mulino Albani grigio e austero. Una sorta di fortezza Bastiani che invece di vigilare sul deserto dei tartari indica il limite tra le ultime propaggini della città e i non luoghi della zona artigianale e commerciale: officine, outlet, centri commerciali, concessionarie di auto usate, senza soluzione di continuità coprono, per un paio di kilometri, quel che resta della campagna sino alle foci del Metauro dove il ponte costruito durante gli anni del regime e la chiesetta di S. Maria del Ponte Metauro segnano il confine meridionale della città.” (...)
lunga teoria di orti, grandi e piccoli che coprono 500 metri di terreno tutto intorno alla strada ferrata. I binari sono completamente sgombri dai rovi e camminarci sopra è un piacere. Ai lati, dai piccoli appezzamenti di terreno coltivato partono sentieri di nuda terra battuta e camminamenti segnati dall’erba calpestata. Conducono tutti a casette unifamiliari costruite a pochi metri dalla ferrovia. Lo spazio che le separa dai binari è occupato da casotti di fortuna realizzati con i materiali più disparati: legno, plastica, porte, persino dell’eternit.. Ne scorgo di abbandonati con resti di gabbie per conigli. Dentro angusti recinti razzolano galline e polli. È un piacere fermarsi ad osservare quelle piccole, rigogliose coltivazioni di ortaggi, con le verdure disposte in perfetta simmetria. Guardandole con attenzione ci si può fare un’idea sulle abitudini alimentari dei proprietari. C’è chi preferisce i carciofi, altri vogliono avere più tipi di insalata a disposizione. Anche i finocchi incontrano un certo gradimento. Mucchi di grandi foglie marcescenti di cavolo sono depositate in un angolo in attesa di essere smaltite. Il problema per tutti è riuscire ad approvvigionarsi d’acqua per innaffiare il terreno senza dover installare un costoso impianto di irrigazione. Alcuni si sono ingegnati recuperando fusti vuoti di metallo riempiti di acqua piovana: ne scorgo quattro colorati di giallo e rosso messi in fila davanti a una delle tante capannuccie. S’alza un alito di vento e le bottiglie messe a guardia degli orti, infilzate in cima a sottili aste di ferro da carpenteria, sbatacchiano mentre piccoli fusti in plastica dotati di alette iniziano a girare su se stesse per qualche istante. Il refolo si acquieta e il rumore cessa. Tutto intorno è silenzio. La città si sta svegliando solo ora. Qualche serranda sale e dietro ad una finestra sgorgo per un attimo un volto assonnato. Solo gli anziani sono mattinieri e con la solerzia di chi è consapevole dell’ineluttabilità del compito che si è assegnato sono chini sui loro ortaggi. Più procedo più le case si diradano, sulle destra un grande cartello di un immobiliare invita a comprare appartamenti della lottizzazione San Martino, per 400 famiglie, di cui s’intravedono già gli scheletri dei palazzi accuditi amorevolmente da gru, ruspe e camion. La periferia sfila via, su di una scarpata sulla sinistra della Metaurense da una campo di calcio qualcuno a scaraventato involontariamente sui binari, due palloni di cuoio: uno sgonfio blu l’altro bianco e rosso. Cerco senza successo di ributtarli oltre l’altissima rete che delimita il rettangolo erboso. Fatti pochi metri si spalanca davanti a me la campagna.”

“Percorsi un centinaio di metri la ferrovia incrocia una strada dove le rotaie a vista, smerigliate dal passaggio delle gomme delle auto, illuminate dal sole barbagliano di luce. Qualcuno ha approfittato per depositare un cumulo d’immondizia tra i binari abbandonati. Nuovamente riappare in lontananza la sagoma inconfondibile dell’eremo di Monte Giove mentre il latrare di cane da guardia rinchiuso in un microscopico recinto ai bordi di una distesa coltivata a carciofi a ridosso della massicciata, scatena un putiferio tra i cani della zona che rispondono al suo richiamo. Quattro ciliegi disposti in fila come una delegazione che renda omaggio alla mia impresa sfilano sulla mia sinistra punteggiano il cielo con i loro fiori bianchi. Procedo spedito con quello strano passo troppo lungo per una traversina e troppo corto per due. Ora il ponte dell’autostrada che scavalca la Metaurense è a poche centinaia di metri da me. Mi giro sentendomi osservato. Quattro grandi occhi scuri dalle lunghe ciglia mi scrutano al di sopra di una siepe. Dietro un recinto elettrificato un cavallo e un mulo sono intenti a pascolare in un incolto e sentendomi arrivare hanno alzato la testa per valutare la pericolosità di un possibile intruso. Ed è proprio davanti a loro che su di una rotaia noto un adesivo rotondo. Sul fondo bianco solo una lettera nera fatta più o meno così: K. Il simbolo di una setta esoterica o semplicemente il marchio pubblicitario di una delle migliaia di imprese che con i loro prodotti solleticano, tutti i giorni, i nostri desideri dalle pagine dei giornali e dai teleschermi? Il piccolo viadotto dell’A14 mi inghiotte per qualche metro. Sui muri di sostegno qualche graffitista poco dotato ha urlato tutta la sua rabbia e disperazione con una bomboletta in una mano e una bottiglia di birra nell’altra i cui cocci sono sparsi tutt’intorno”

“… La Metaurense e la consolare Flaminia corrono ora parallele a poche centinaia di metri. All’incrocio con la prima strada sono ferme, accanto ad un casello due draisine -il termine rimanda alle prime biciclette ottocentesche- rimesse in sesto dai volontari della FVM che se ne servono per scorazzare su e giù per linea cercando, con estrema fatica, di tener pulita ed in ordine la tratta. Da quando sono partito da Fano sono i primi rotabili che incontro e fino a Fermignano non ne vedrò altri. Sono le guardie del corpo della Metaurense. Vigilano sulla linea difendendo la sua integrità. Il loro aspetto goffo e sgraziato, ricorda un cartone animato: le auto di Paperino e Topolino. Sono un po’ acciaccate ma perfettamente funzionanti. Qualche ammaccatura qua e là con vistose parti di vernice mancante sulla gialla livrea. Sul muso imbronciato spicca il simbolo delle FS incorniciato in un riquadro ottagonale, due fari da FIAT Seicento, e a lambire il paraurti da automobile il logo del carrozziere che ha realizzato lo chassis: CALABRESE. Devono entrare a far parte del mio album di ricordi. Quindi inquadro e scatto. L’edificio un tempo adibito ad abitazione della famiglia del casellante, è stato ristrutturato: sopra una finestra murata i padroni di casa hanno sistemato un ferro di cavallo. A ridosso dei binari noto il pianale, in legno consunto, spoglio di un carrello. Ormai privo di tutta la carrozzeria mette in mostra i nudi moncherini delle leve del cambio, del freno a mano e della pedaliera. Sul lato opposto, quasi sul ciglio della strada, accanto al condotto sotterraneo per i cavi che movimentavano i passaggi a livello, sono piantate nel terreno quattro traversine con filo spinato a guisa di cavalli di frisia. Disposti in fila indiana, spuntano tra l’erba come fiori rinsecchiti i paletti arrugginiti che sostengono le carrucole di rimando dei cavi del passaggio a livello. Le gambe scalpitano e la voglia di proseguire mi spinge oltre. Traversina dopo traversina Bellocchi è alle mie spalle. Mi volto indietro e i simpatici furgoncini dalle ruote senza gomme non sono ormai che macchie gialle. La valle lentamente ma inesorabilmente, con il Metauro che funge da enorme zip si sta chiudendo: i due crinali che delimitano l’alveo del fiume, punteggiati sulle loro pendici dai piccoli paesi, a est e a ovest del suo corso si avvicinano sempre più. Flaminia, fiume e ferrovia prima o poi finiranno per toccarsi, spintonarsi, reclamando uno spazio tutto per se. Ora procedono l’una accanto all’altra senza quasi degnarsi di uno sguardo.” (...)
“Mi aspetta una giornata impegnativa, per fari motivi gravata da una serie di incognite. Innanzitutto sui tempi di percorrenza visto che oggi la distanza da coprire è leggermente superiore a quella percorsa ieri. Un altro motivo di preoccupazione è lo stato di manutenzione della massicciata. Nessuno mi ha assicurato con certezza se i viadotti, da qui a Fermignano, siano effettivamente percorribili e quanti kilometri di binari possano essere transitabile senza ricorrere al lanciafiamme o al machete. Che non ho. Tanto che ieri ho pensato di comprarmene uno. Scartando subito l’idea. Vi immaginate avanzare metro dopo metro lungo la Fano-Urbino, come Livingston alla ricerca delle sorgenti del Nilo, vibrando colpi a destra e a manca? L’altra cosa che temo è lo stato di salute dei miei piedi, dei muscoli delle gambe, e delle giunture. Ritrovo però subito l’ottimismo del viaggiatore (i pessimisti, per forza di cose, rimangono a casa a guardare la TV, di solito) pregustando la bellezza dei luoghi che attraverserò, gli incontri fortuiti, gli ostacoli da affrontare e superare. E poi sotto un cielo cangiante come quello che oggi mi augura buon viaggio niente può andar storto. Inforco gli occhiali, una sistemata al cappello da baseball, e si parte. La ferrovia lambisce il muro esterno del super carcere che sale a strapiombo per decine di metri. Ho paura di incuriosire troppo qualche guardia carceraria annoiata in cerca di un diversivo. Di fatto non dovrei, o meglio, non potrei essere lì dove mi trovo ora. Ma dietro i vetri azzurri delle torri di guardia non s’intravede nessuno interessato a me. Confido nella mia casacca riflettente che mi può far sembrare un operaio. Oltrepassata via dei Mulini ecco comparire davanti a me il primo dei due viadotti che scavalcano la curva sinuosa del Metauro. Un grosso fico ha messo radici proprio in mezzo ai binari e come un guardiano vigila sull’accesso. Sono in cammino da poco più di 10 minuti e già provo la prima forte emozione della giornata. L’altezza è inebriante tanto che non ce la faccio ad avvicinarmi troppo alla balaustra. Sotto di me le acque del fiume sono di un colore azzurro intenso e, immagino, fredde. Un pescatore, sul ciglio della diga che sbarra poco più oltre il Metauro, immerso fino alla cintola, sta recuperando, con un aggraziato movimento, la lenza. Per un lungo istante la canna svirgola nell’aria, tende il filo e l’esca vola lontana.”

“Come un surfer cerco di cavalcare l’onda irsuta dei rovi ma immancabilmente i vestiti vengono afferrati dalle spine, perdo l’equilibrio e rotolo giù. Mi tocco, niente di rotto. Giro lo sguardo e a dieci centimetri dalla testa, vedo conficcato un paletto di ferro arrugginito. Ho rischiato di infilzarcimi sopra. Gli occhiali da sole, così indispensabili al mio viaggio, sono volati via lontano da me in mezzo alla vegetazione. È per pura fortuna che il mio sguardo li intraveda subito tra l’intricata trama dei rovi. Non mi sarei mai accorto della loro perdita, avendoli infilati qualche minuto prima nelle tasche della giacca. Mi rialzo scrollandomi di dosso la terra e li recupero riponendoli al sicuro. Mi concentro ora sul luogo che devo visitare e come fare a raggiungerlo. Sono in mezzo ai binari anche se non si vedono nascosti come sono sotto mezzo metro di arbusti. A poca distanza da me un pozzo nero verticale inghiotte la ferrovia. Mi avvicino con circospezione a quel luogo buio e umido da 20 anni non più profanato. Sull’imboccatura è calato un sipario verde di rampicanti che scende dalla montagna sovrastante trascinando con se grosse gocce d’acqua cristallina. Cadono fitte sulle rotaie, sulle traversine e in mezzo al bianco pietrisco. Il loro rumore da più spessore al silenzio in cui mi immergo varcando il confine tra luce e ombra che delimita l’entrata della galleria. In fondo il chiarore ovale dell’altro ingresso, come un riflettore illumina l’infinito. Mi siedo per assaporare l’incanto di questo momento: il mio respiro e il fruscio delle pagine del taccuino che sfoglio strappano momentaneamente all’acqua piovana il monopolio dei suoni. Inspiro profondamente per assaporare l’aria intrisa di umidità ferrigna che bagna i mattoni rossi del tunnel oramai ricoperti, a chiazze, da una patina marcescente.
L’aritmico sbattere delle stille di rugiada carsica sul fondo della galleria risuonano provocando un debole eco che rimbalza tutt’intorno. Una riesce ad incunearsi tra il cappello, il collo e la camicia: è fredda. Scende lentamente lungo la mia schiena, mischiandosi al sudore salino fino a disperdersi. La tenue luce della torcia elettrica e il debole chiarore naturale mi consentono di leggere un breve poesia di Montale che avevo trascritto per l’occasione:
Al primo chiaro, quando
subitaneo un rumore
di ferrovia mi parla
di chiusi uomini in corsa
nel traforo del sasso
illuminato a tagli
da cieli ed acque misti;

al primo buoi, quando il bulino
che tarla
la scrivania rafforza
il suo fervore e il passo
del guardiano s’accosta:
al chiaro e al buio, soste ancora umane
se tu a intrecciarle col tuo refe insisti

È ora di riprendere il cammino. Ripongo la nera moleskine, dopo averla chiusa con il suo caratteristico elastico, e la torcia nello zaino. Mi avvio verso l’uscita del traforo del sasso illuminato a tagli da cieli ed acque misti; ed è proprio ciò che intravedo davanti a me mentre il chiarore proveniente dall’esterno, più mi avvicino all’imboccatura, si fa più vivido. L’intreccio dei rami penduli crea un gioco di chiaroscuri dove i raggi di sole giocano a rimpiattino e fanno rilucere le foglie fradice di acqua. I movimentati riflessi cristallini danzano sulle pareti scure della galleria. Allargo le braccia scostando la tenda verdeggiante e le mie dita si bagnano di un liquido freddo che mi fa scorrere un brivido lungo tutto il corpo. Esco. Ora tutto è più facile: riesco a riprendere il cammino passando in mezzo ai rovi calpestati prima e mi ritrovo ai bordi del campo.”

Massimo Conti

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Re: Traversine: da Fano a Urbino a piedi lungo la Metaurense

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